Attenzioni

Che quando ci metti piede la prima volta, non ci pensi che è un miracolo, che stia a galla. Archimede l’aveva vista lunga. E la spinta, è quella data da una grande passione, di poter andare per mare, sopra un minuscolo guscio. Spesso appena 3 centimetri. 3 centimetri, tra te e la più grande distesa d’acqua che tu possa immaginare. 3 centimetri, meno del diametro di una pallina di ping pong. Mica male, l’ingegno umano.
Che poi cammini nei porti e le vedi, queste figure indaffarate, vigili e attente. Naviganti. Che si prendono cura delle proprie barche, come si accudisce un bimbo appena nato, quando ancora non è scalfito dalle intemperie della vita. Un bimbo di legno, vetroresina, alluminio, ottone. Docile, attento, curioso di scoprire il mondo.
Una creatura che richiede le sue attenzioni, che ha i suoi bisogni, i suoi vizi, le sue pretese. Per certi versi, le barche, ricordano gli esseri umani. Nelle loro forme, nei loro colori, con il loro carattere ben preciso.
C’è la barca orziera, la barca che tiene bene il mare impestato, quella che stringe la bolina che la sua barca gemella, costruita lo stesso anno dallo stesso cantiere, se la sogna una bolina così.
E chi ci trascorre del tempo, con la sua barca, queste cose le sente, come un gatto quando sta per arrivare un temporale. E si crea una simbiosi perfetta. Un patto biunivoco tra la barca e il marinaio. Lo stesso obiettivo. Arrivare dall’altra parte. Interi. Attraversando la distesa di acqua e sale. Con le sue albe e i suoi tramonti, le sue tempeste, le sue bonacce, le onde scure e le carezze nella brezza.
Ci si prende cura, delle barche. Affibiandogli nomi che raccontano speranze, sogni, aspettative. Come si fa quando si cerca di dare un nome alle cose, alle persone, a quello che si sente quando ci si sente vivi. Non è cosa semplice. Richiede tempo, richiede ore spese a levigare, sabbiare, dipingere, lucidare, ordinare.
Tempo che compare come segno indelebile sulle rughe di chi ha saputo godere, prendere il bello, e aspettare, quando il vento mancava all’imboccatura del porto.


Abroad Leticia do Sol,Cantiere San Germani, 1958 \May 2014, Antibes

Abroad Leticia do Sol,
Cantiere San Germani, 1958 \
May 2014, Antibes



Abroad Orsa Maggiore,A5323 Cantiere Tencara \October 2013, Toulon

Abroad Orsa Maggiore,
A5323 Cantiere Tencara \
October 2013, Toulon


Scintilla.

La prima volta che ho visto una balena era martedì primo ottobre duemilatredici, a largo della Corsica dopo un giorno in navigazione, partito da Tolone. La balena era lontana, in un mare scivoloso, costellato di riflessi del sole. Dapprima uno spruzzo nell’aria, un enorme fungo che a pioggia sventagliava goccioline. Poi il suo dorso grigio, massiccio, come una montagna che decide di fare capolino da sotto il pelo dell’acqua. Un altro spruzzo, una coda che sembra salutare e di nuovo soltanto l’orizzonte, lontano e rettilineo.
Pochi istanti per raccogliere le emozioni che mi sono immaginato per molti anni. Di per sé non una gran cosa. Mi aspettavo forse qualcosa di più forte, di più tangibile di un’immagine lontana, nell’acqua. Un po’ deluso, per quanto affascinato da questo enorme cetaceo che ha nuotato al fianco dell’Orsa, mi sono seduto in coperta, pensoso.
Le parole di Melville, le foto di Talbot, i dipinti nei musei, le battaglie di Sea Shepherd.. Il mondo subiva un fascino diverso, che io non ero riuscito a cogliere, ad intrappolare in quella visione lontana, elegante ma sfocata.
Dopo una cena di tutto rispetto, mi sono messo a dormire nella mia cuccetta a prua, con questi ed altri pensieri in testa. A mezzanotte il cambio di guardia, che sarebbe durato fino alle tre del mattino, con il nostromo ed altri compagni.
Seduti in pozzetto, vicini per combattere il freddo e chiacchierando tra di noi, cercando di sfruttare il pressoché inesistente alito di vento che ci aveva piantato davanti a capocorso, aspettavamo.
Quando tutto ha finalmente trovato un senso. Tutte le aspettative dell’incontro sono state ripagate e, anzi, nettamente superate dalla realtà.
Uno sbuffo d’acqua, nel silenzio, è esploso a pochi metri dalla nostra poppa. Un boato potente, conciso, accompagnato da un suono come di pioggia scrosciante che si abbatte sull’acqua. Lei era lì. Vicina. Vicinissima.
Poi il silenzio. Per un momento l’equipaggio si è irrigidito, immobile.
Il nostromo ha consigliato di fare rumore, di farci sentire gentilmente percuotendo lo scafo dell’imbarcazione, qualcuno è corso a prendere un faro di illuminazione per rischiarare la notte, puntinata di stelle, lungo lo specchio di poppa.
Poi lungo il mascone di dritta, a una quindicina di metri da noi, un altro sbuffo ancora più vigoroso. Scivolando sotto lo scafo, si è burlata di noi, giocando con la sua presenza invisibile. Credo che se la stesse ridendo sotto i fanoni.
è stato in quel momento che ho sentito per la prima volta una Balena.
Senza poterla vedere, sapevo benissimo che era vicina, la sua mole immensa, il suo respiro roboante. Curiosa si è avvicinata a noi, per vedere cosa fosse quella schiena riversa verso l’alto con blubo e timone, forse più grande di lei, che senza far rumore attraversa l’ignoto, sospinta dal potere del vento.
Forse ha pensato a una presenza amica, con la quale poter scambiare un saluto, come due viaggiatori che per un attimo si incontrano lungo la strada.
Fascino e paura, impotenza, coraggio e amore incondizionato per la natura mi hanno attraversato da parte a parte, come una Scintilla.
La scintilla di un anomalo colpo di fulmine, che continua a spingermi per mare, un mare di sensazioni anche più grandi e possenti di una balena.


LA SACCA.

L’attesa prima di un imbarco è come quando scopri di avere sete, e mentre stai portando la bottiglia alle labbra, la sensazione si amplifica fortissimo, poco prima di venire spenta da una lunga sorsata.
Il mare fa questo effetto. Anche se non lo si può bere. 
E ti ritrovi a preparare una sacca con pochi vestiti, complici in questa avventura. Una sacca morbida, incrostata di sale. E pensi a quando la riaprirai, sottocoperta, in un’ambiente dove tutto dondola, dove il rollio, costantemente presente, diventa il tuo nuovo punto fermo. Questo riesce a fare il mare. Plasmare se stesso nella sua forma intangibile, nella sua inconsistenza per dar forma ai tuoi pensieri, che te ne stai li seduto a prua, sottovento, con il genoa bello gonfio mentre un Libeccio frizzante ti porta verso l’orizzonte, lontano, in silenzio.
Bella cosa l’acqua. Che prende le più svariate forme. Un grande maestro anni fa sosteneva che essere acqua, diventare acqua, è uno degli obiettivi dell’uomo. L’acqua è senza forma, trasparente. Ma. Se la versi in un secchio, l’acqua diventa il secchio; se la versi in un bicchiere, diventa il bicchiere; se la versi in una teiera, beh anche in quel caso, diventa una teiera. E’ adattabile. Come lo spirito di chi decide di saltare su una barca. Dove gli spazi sono ridotti al minimo, dove si è in contatto giorno e notte con persone mai viste prima, con le quali si condivide tutto: obiettivi, mari mossi, manovre sbagliate e stellate incredibili. Il detto “siamo sulla stessa barca” rende bene l’idea. Ci si ritrova circondati da un elemento che non ci appartiene per natura, che non riusciamo a dominare, che ci sballotta come noci di cocco tra la corrente. In sfida continua, sempre sull’attenti, sempre pronti, orecchio teso e uno sguardo a quelle nuvole lontane. Eppure, per me che ne sto scrivendo, è la più grande sensazione di libertà che si possa provare. Confinato in 20 metri quadrati mi sono sentito libero, ne ho afferrato il significato, per alcuni istanti, con l’orizzonte che sfila davanti ai tuoi occhi, così poco abituati a tanta profondità, a tanta distanza in ogni direzione. Da un momento all’altro, girandosi su se stessi, ci si aspetta di imbattersi in una qualche geometria che rompa questa linea perfetta, tra il mare e il cielo. E dopo un primo giro, se ne compie un altro, guardandosi intorno, voltandosi di scatto, che magari è proprio lì dietro e non te ne sei accorto.
Poi realizzi di essere in mezzo al nulla, quel nulla carico di tutto. Solo tu, e il tuo orizzonte infinito. In ogni direzione. 
E allora si, che ti viene sete, quando sei a terra. E chiudi la sacca con un sorriso, pensando a quando la riaprirai tra le onde, in cerca della cerata per il tuo quarto di guardia, quello che inizia alle 4 del mattino, poco prima dell’alba.


Abroad Rebelot,Nautor’s Swan 371 \August 2013, Villasimius

Abroad Rebelot,
Nautor’s Swan 371 \
August 2013, Villasimius


Abroad Carioca,Jenneau Sunfast 35 \ October 2012, Saint Jean Cap Ferrat

Abroad Carioca,
Jenneau Sunfast 35 \ 
October 2012, Saint Jean Cap Ferrat


A JOURNEY OF A THOUSAND MILES BEGINS WITH A SINGLE STEP.

Stamsund. Lofoten Islands, Norway. 2012

Stamsund. Lofoten Islands, Norway.
2012